Italia Territorio Nazionale – datata 31 agosto 2011 – LETTERA APERTA A SILVIO BERLUSCONI

 

link       http://lombardia.indymedia.org/node/40642/pdf

Italia Territorio Nazionale 31 agosto 2011
LETTERA APERTA A SILVIO BERLUSCONI
Caro Silvio,
sei anni sono trascorsi dal momento in cui ti chiamai “Cesare”, dicendoti che Noi eravamo le tue
Legioni, oggi ti dico che sei “La Roma Imperiale”, quella però decaduta, immorale, insolvente, pronta
ad essere invasa dai Barbari, quindi depredata, saccheggiata ed infine imprigionata, mentre io sono
Cesare e sto radunando le ultime Legioni per l’estrema difesa di quella libertà, che tu hai cercato
malamente di rappresentare senza riuscirci e che noi non vogliamo perdere.
Il tuo vero nemico oggi ha un nome, non è il PD, non sono i magistrati (comunque politicizzati), ma
bensì la grande finanza internazionale ebraico-comunista che con De Benedetti, degno rappresentate
ed appartenente,oltre ad essere un pericolo mortale per Israele, ti stanno lentamente logorando fino
ad annientarti definitivamente. Questo è il tuo nemico, ti hanno già preso parte dei soldi, ti
elimineranno dal governo ed infine ti imprigioneranno insieme con la tua progenie. De Benedetti &
Soci hanno messo in opera una vera macchina da guerra che al posto delle Galee, utilizza i giornali,
con ai remi solo luridi schiavi che servono il padrone, masochisticamente compiaciuti di servirlo.
Molti di loro sono accomunati oltre che dal servilismo anche da una fede, condito da un’ideologia che
non è la nostra, ma l’ebraico-comunismo, (questi schiavi si guarderanno bene dal pubblicare questo
documento). Questo mio scritto diviene oggi uno spartiacque, perchè niente sarà più come prima,
non potrai più dire non sapevo, non avrai alibi. Oh tu “Roma” reagisci, supportando le Legioni che si
stanno per schierare in difesa della libertà o diversamente soccomberai e con te la libertà. Il tempo
dei compromessi, degli accordi sottobanco, delle poltrone, è finito, adesso è necessario mostrare al
mondo il tuo spirito guerriero e con esso combattere senza farti abbattere.
Ricordi? Quando fondasti Forza Italia, una sera durante un incontro riservato, accanto a te, tra i
tanti, vi era Anton Giulio Lo Prete e tu testualmente dicesti che Forza Italia era il Partito che avrebbe
salvato Craxi, e voi tutti. Oggi, la storia si ripete, se non vuoi ripercorrere la strada di Craxi, hai
necessità di qualcuno che ti affianchi e ti aiuti. Supporta la Formazione Patriota, Nazionalista, da noi
rappresentata ed ancora una volta il Popolo ti darà ragione, perché in questo momento, solo noi
possiamo essere il garante verso di esso, perché di te non si fida più nessuno.
Ormai è palese che le decine di centinaia di piccoli amministratori locali, assessori, semplici
consiglieri ti stanno per abbandonare, non ti voteranno piu’ , ne’ ti faranno votare. Sei un animale
ammalato e come tale il branco, per la propria sopravvivenza, ti abbandonerà,nella tua lenta
1 / 11inarrestabile agonia. Ora si rende necessario il tuo intervento, affinchè, attraverso i tuoi giornali e le
tue televisioni, il Popolo Italiano possa finalmente conoscere che il nemico pubblico da debellare è De
Benedetti,con i comunisti. Egli è l’immagine di ciò che di più immondo e nefasto possa ancora
accadere agli italiani. Esso rappresentando gli interessi di una determinata finanza internazionale
che ha a cuore solo i suoi interessi ed il denaro, con i suoi servi che facendo finta di assecondare gli
interessi del popolo a cui viene propinato un profumo artificiale di libertà, mentre in realtà stanno
semplicemente attuando, in modo subliminale, il pensiero di De Benedetti. Costoro non sanno che
già sono i nuovi schiavi e che andranno ad ingrassare le tasche di tale individuo e dei suoi degni
compari. Talmente privo di scrupoli De Benedetti, svende la sicurezza di Israele pur di continuare
nel suo sinistro megalomane progetto. Sembra la trama di un film di fantapolitica, ma invece è realtà
dell’anno 2011; dopo la primavera araba, che modifica i teatri politico-militari del Medio Oriente con
la caduta in rapida successione di Ben Ali, Mubarak ed infine Gheddafi, Israele appare sempre più in
pericolo. Da tempo un folto gruppo di finanzieri ebraico/comunisti, con simpatie verso Hamas e verso
tutta la Palestina, stanno segretamente cospirando, proprio a danno del loro stesso paese: Israele.
Cosa succede? Presto detto, prendiamo il caso dell’Italia, da sempre partner preferito dopo gli USA
di Israele. Nel nostro territorio ci sono due grosse comunità una, la più importante, è quella di Roma,
la seconda, quella di Milano, apparentemente meno importante ma con all’interno, personaggi dal
notevole potere economico. Ebbene negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una saldatura
inossidabile, tra la peggior sinistra (da sempre legatissima alla causa Palestinese) con i maggiori
rappresentanti Ebraici, in modo particolare con Pacifici, capo della comunità di Roma, comunista
sfegatato e garante di questo laido connubio con De Benedetti. Fin qui poca cosa, la notizia che farà
saltare dalla sedia sia il Governo sia gli apparati di Sicurezza di Israele è che sono stati stretti
accordi con l’Iran a danno della Sicurezza di Israele, accordi presi direttamente con lo squallido (e
sudicio nell’aspetto), personaggio di nome Ahmadinejad.
Il nefasto accordo prevede alcuni passaggi: il primo che la sinistra italiana appoggi
incondizionatamente la causa Palestinese, non perdendo occasione di attaccare la politica di Israele;
la seconda, attaccare con la favoletta dell’antisionismo quei pochi partiti di destra, altresì Nazionalisti (come per esempio il nostro), che comunque
in nome della lotta all’Islam hanno riconosciuto ed intrattengono buoni rapporti con Israele.
Personaggi come Pacifici, infatti, antepongono la loro ideologia comunista alla sicurezza di Israele.
Non lo fanno gratis ovviamente, i compagni rossi li ricompensano infatti con appalti, consigli
d’amministrazione ecc. Il cerchio, come dicevamo all’inizio, si sta stringendo con la caduta di Tripoli
ed apre uno scenario drammatico. Gheddafi (e pochissimi lo sapevano) ha parenti stretti Ebrei,
parenti proprio in Israele!!! Quindi in tutti questi anni ha usato la tecnica del “can che abbaia non
morde”, ma con la sua imminente e rovinosa caduta, condita dalle cospirazioni dei vari “Pacifici”
sparsi in “Eurabia”, Israele potrebbe avere i giorni contati, anche tu potresti avere i giorni contati. A
questo punto sappi che solo noi possiamo garantirti verso gli Italiani. O adesso o mai più.
Quello che il Popolo Italiano non sa:
PD: “D” come Democratico o “D” come De Benedetti?
La grande finanza ebraica di sinistra, dietro alle inchieste che stanno colpendo la frangia
costituzionalista del PD e che attaccano anche Berlusconi per distruggerlo definitivamente.
2 / 11 In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all’Italia, è fondamentale che il dialogo tra
maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della
riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova
Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all’economia reale.
Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione
di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L’entità
della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l’8 ed il 9
gennaio scorso dal ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas
Sarkozy e dall’ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a
differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che
LaRouche propone oramai dal ’94 per far ripartire l’economia reale globale e che avrebbe evitato
l’attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l’Italia possa svolgere un ruolo
centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si
esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni
filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall’ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è
tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo
processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura
intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD. Ad essere oggetto di
queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della
superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo
principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione
politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo
stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata
delle volontà del suo deus ex machina, l’ing. Carlo De Benedetti. Il Partito Democratico, infatti, lungi
dall’essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base
conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l’autentica ala democratica,
per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a
dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti
famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi
finanziaria, rischiano oggi come negli anni ’30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga
dritta la rotta della nave verso l’idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi
quarant’anni ha disastrato l’intero pianeta.
Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura
Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà distribuì durante
i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una
via d’uscita autenticamente repubblicana e democratica, all’allora nascente Partito Democratico
italiano. In quel documento si ammoniva dall’intraprendere la strada della costruzione di un partito
oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito
Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan,
come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu:
“Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri
‘democratici per il fallimento’ “.
Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito
3 / 11dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che
progressivamente, nel corso dell’ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai
suoi principi ispiratori: dalla centralità dell’azione di governo in economia, ad un’economia rimessa
alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del
consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De
Benedetti, sono gli stessi che sono all’origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il
mondo.
Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste
della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa,
rispetto al singolo spezzone.
La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell’oligarchia finanziaria ebraica che riesce a far
apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a
trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo . Essa, con particolare
riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si
muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l’ing. Carlo De Benedetti, per completare quel
disegno di finanziarizzazione dell’intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò
è l’ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come
democratica panacea ai mali d’Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.
L’oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta
progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova
davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo
rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche
. Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant’anni dei
disegni dell’oligarchia finanziaria – e questo, per l’oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la
posizione di vero governo mondiale che dal ’71 ha riacquistato.
Invece, l’oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di
finanziarizzare ancor più l’economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a
privatizzare per finanziarizzare.
Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà?
Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere
combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell’organizzazione politica ed economica che
la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono
palesemente violati.
Il Partito Democratico deve respingere l’influenza di Soros e De Benedetti
Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare
l’anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l’Italia quell’anno: gli omicidi di Falcone e
Borsellino, lo scoppio del caso “Mani pulite” (che stravolse l’assetto politico italiano), l’attacco
speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi
abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è
un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il
Britannia, si svolgeva una riunione cospirativa tra i principali esponenti della City, il mondo
4 / 11finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e
personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le
privatizzazioni.
Queste ultime, lungi dall’essere uno strumento di “moderna” democrazia volto a rendere più
efficiente l’economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall’oligarchia finanziaria per
trasferire immense fette dell’impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell’economia
partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a
finanziarizzare quanto più possibile l’economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla
speculativa che dal 1971, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in
modo esponenziale, parassitando l’economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo
processo
di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l’impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli
italiani, trasferendoli durante gli anni ’90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi
si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema
bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di
welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello
sanitario.
Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del “più
impresa meno Stato”, il termine “privatizzazioni” fu sostituito con il termine “liberalizzazioni”; più
concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i
prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto
un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e
perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani
dell’oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale, fatta di menzogne ripetute all’infinito dai media, e
più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all’idea per cui le liberalizzazioni siano
un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata
finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.
Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale
un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.
Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il
Corriere della Sera già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E’ da questo stretto legame
che si può evincere l’attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito
democratico italiano. Chi è uscito dall’incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle
sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa
influenza.
George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all’origine
di varie spedizioni speculative (per esempio quella in
Europa nel ’92 e quella nel Sud-est asiatico nel ’97-’98), ma anche famoso per avere finanziato le
rivoluzioni “democratiche” a giro per il mondo, dall’Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e
Bielorussia), all’Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello
5 / 11mondiale.
Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa
dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato
dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:
‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto
non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi
morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso
perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina
per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.
Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una
corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che
consente di qualificare una persona come “filantropo”.
Dice Verderami sul Corriere:
«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George
Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato
preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva
tracciato al potente finanziere il profilo dell’ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico
italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di
una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l’idea risale a
due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò
infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a
Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l’agenda del viaggio negli Stati
Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno
con il mondo della finanza”. è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della
Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in
Italia – commenta Pistelli – si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un
banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall’altro capo del
telefono o del computer, c’ è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»
Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il
megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.
E’ doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo
la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell’ammirazione del salotto di De Benedetti,
per il cinismo delle soluzioni politiche “innovative” adottate, e che presto si dimostreranno disastrose
(si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l’utility di Roma attiva nell’acqua e nell’energia).
Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell’economia reale, nonché la
partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l’oligarchia finanziaria
non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei
mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati
(principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla
speculativa globale.
6 / 11 Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel
2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall’establishment un vero e
proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della
privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso
la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di “terapia shock” come metodo per l’attuazione
dell’agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni
amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell’appuntamento con Soros, come di un
fatto accidentale,
come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica,
sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche
buon samaritano.
Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest’ultimo racconta di aver
collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell’Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per
laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, e
presentando l’edizione italiana del suo libro autobiografico).
Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di
importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi
sul fronte dei media (Repubblica, L’Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).
Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico
americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha
De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da
un’intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera , se ne rileva un quadro piuttosto
chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra –
“amministratore straordinario” profetizzò – (probabilmente non l’ha imposto, ma grazie ai media ed
ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza
psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in
termini propriamente democratici la candidatura di quest’ultimo a sindaco di Roma, quando con il
progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile
dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie
di passaggi in quell’intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti
decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua
creatura politica.
De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli
ultimi anni. Così, individuando anche le reali
responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul
mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma
bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico,
egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli
impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente
del Partito democratico deve essere il consumatore».
7 / 11 Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da
Renato Soru, avrebbe individuato in quest’ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di
un’ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell’ex patron Tiscali.
La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest?
Dall’intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non
piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi
rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette,
cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un
Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la
deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il
centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».
Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che
quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita,
politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero
segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli.
Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano
Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell’attuale
guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono
individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte
vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale)
che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente
nell’art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall’altra parte invece vi sarebbero coloro
che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di
matrice liberista e finanziarista.
A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l’elemento
catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze
politiche. In merito a queste ultime, infatti, l’unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali
(anch’essi finanziati da Soros) e l’Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo,
è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un’alleanza con la sinistra c.d. radicale.
Massimo D’Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l’Ulivo
e poi dietro l’Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio,
D’Alema affermava:
« … ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po’ di sinistra, ma come
Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po’ eredi
della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di
moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché
“Verdi” è duro, “Sinistra” suona male, “Democratici” siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro,
diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c’è tutto dentro! Auguri, però io non ci
credo!»
Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l’ipotesi di creare delle
8 / 11federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e
radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di
vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il
malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario
Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l’intervento di “commissario straordinario” di
Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la
sostanziale inoperosità dell’Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo
elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i
dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.
In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai
“capi d’azienda” non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si
potesse procedere allo smantellamento dell’industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare
perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all’attuazione della “fase 2″
dell’Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno
prova d’indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.
Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le
inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il
consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat
proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano
una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De
Benedetti. Ed infatti D’Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta
tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell’essere onesti o disonesti.
Il caso fiorentino e Licio Gelli
A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD
per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali
del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso
metodi anomali.
Il ragionamento che quegl’osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte
svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni;
se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa
l’esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che
chi vive di sola politica non può permettersi di correre. Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale
da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano
i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si
convince ancor più che l’inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in
seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva
fatto arrivare: a queste primarie non s’ha da partecipar!
Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all’interno dei candidati PD a
sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto
9 / 11immotivatamente dai media di De Benedetti nell’inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli
(23%), 4) Daniela Lastri (21%) . Dopo l’inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai,
e gli echi offerti dai media alla faccenda, l’ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo
Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%) , 3) Matteo Renzi (9,9%) . Graziano Cioni è invece stato
costretto a ritirarsi dalla corsa.
Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell’inchiesta un premeditato intento politico, il fatto
resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi
risvolti politico-elettorali.
Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale
che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato
in gara), una fantomatica “interpretazione autentica” proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si
era opposto fino all’arrivo del “commissario straordinario”, Vannino Chiti – determina invece che le
primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato
sicuramente perdente nell’altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso
di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.
Ma c’è anche un’altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo
stesso Cioni. Si tratta di un’intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l’ex
venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria
fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete…….
Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento
Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un
preciso progetto liberista per finanziare ancor più l’economia reale, a fronte di una bolla speculativa
globale che necessita che ogni “illuminato locale” faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e
rischia di perdere quell’elemento “fiducia” da parte della comunità mondiale, di cui necessita per
sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da
semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l’ombra del nemico, ma non la sua sostanziale
figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono
essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.
Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse
verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.
Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione
Massimo D’Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In
particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza
intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l’influenza di De Benedetti,
non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D’Alema ha mancato in questi anni del coraggio di
immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti:
D’Alema, nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne
pubblicamente l’azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il
fenomeno ed i retroscena di “Mani pulite”, non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia
del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.
10 / 11Purtroppo D’Alema è ancora adesso vittima di quell’esistenzialismo che ha caratterizzato la politica
dell’ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e
cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi
controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più
frequente in cui cadono molti politici di oggi.
Tuttavia l’attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere
sostanzialmente messi all’angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità
di uomini, la forza contingente che può “costringerli” a tirare fuori quel coraggio necessario per
passare dall’esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.
Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale,
secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla
cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e
piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose. Ma non lo faranno ,
non possono.
C’è bisogno di quel coraggio che per esempio D’Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso
israeliano-palestinese, dove la tanaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando
di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l’operato delle dirigenze israeliane. Per questo
noi (Patrioti Nazionalisti ndr) abbiamo iniziato a dire le verità scomode su certi avvenimenti.
Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è
sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non da fastidio chi cambia opinione se il
nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando
Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente
cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»
Quindi caro Silvio, resta poco, ma molto poco, tempo.
Fine partita, apparirà tra poco nello schermo del tuo percorso politico,noi siamo i tuoi crediti per
continuare la partita e vincere, usali per tempo,o per te sarà la fine.
Un triplice fraterno abbraccio . ‘ .
Gaetano Saya

This entry was posted in Articoli. Bookmark the permalink.

One Response to Italia Territorio Nazionale – datata 31 agosto 2011 – LETTERA APERTA A SILVIO BERLUSCONI

  1. Pingback: COSì SCRIVEVO IL 31 AGOSTO 2011 | M.S.I. – DESTRA NAZIONALE

Lascia una risposta